inutile e rischiosa

Inutile e rischiosa, ecco come definirei la maturità 2020 in Lombardia. E ribadisco, in Lombardia, perché il resto d’Italia è messo decisamente meglio: secondo la Protezione Civile, dei 518 nuovi casi rilevati venerdì 5 giugno, 402 sono lombardi. 0 in Campania, Umbria, Valle d’Aosta, Molise e Basilicata, 1 in Trentino, Sicilia, Friuli e Calabria, 2 in Abruzzo, Marche e Sardegna.

Il virus viaggia a velocità diverse, è depotenziato, forsanche clinicamente scomparso: così ha sentenziato un noto primario, contraddicendo colleghi che invece continuano a sostenere che il virus c’è, e bisogna fare molta attenzione.

In questi mesi abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto. Una sola cosa è rimasta immutata, la necessità di fare l’esame di stato, come se la maturità fosse un'esigenza primaria della nazione. Un esame di stato che cinquecentomila studenti sosterranno con le stesse modalità, a prescindere dalla provenienza geografica. E chi se ne frega se la proporzione dei contagi tra una regione e l’altra registra un secco 402 a 0.

“Eh no, mio caro, i dati si leggono diversamente, i numeri devono essere interpretati nel modo corretto.”

È quanto direbbero gli esperti, per raccontare che no, non funziona proprio così, per capire il reale andamento del contagio è necessario parametrare il rapporto positivi/tamponi, verificare la crescita/decrescita della curva epidemica, valutare il trend settimanale confrontandolo con i precedenti, e infine controllare l’indice Rt, per poi tirare un bel respiro di sollievo, grazie a Dio la soglia critica è ben lungi dall’essere superata.

Tranquilli, è tutto sotto controllo, occorre solo essere prudenti. Poche regole, basta ricordarsi di praticare il distanziamento sociale, evitando gli assembramenti. Già, con le giuste precauzioni si può fare tutto, persino il bagno al mare senza mascherina, purché a un metro di distanza.

Proprio così, è possibile fare qualunque cosa, con una semplice accortezza: bisogna evitare di stazionare troppo a lungo negli ambienti chiusi, a maggior ragione se con metrature ridotte e scarso ricircolo d’aria. Ecco perché i milanesi dovrebbero fare la maturità all’Idroscalo, e i bergamaschi nella valletta di Astino. Per evitare d’infilarsi nel cul-de-sac di una situazione critica.

Purtroppo la Lombardia non è una regione a contagio zero, né lo diventerà nei prossimi giorni. Allora perché ostinarsi a sbandierare lo slogan ideologico dell’esame in presenza? Le aule non sono spazi particolarmente salubri, e le commissioni ci si insedieranno alle 8.00 per rimanervi fino alle 15.00, indossando mascherine chirurgiche che, come è stato più volte ribadito negli ultimi mesi, hanno una tenuta di sole quattro ore. E per le restanti tre, come la mettiamo? Evidentemente le mascherine fornite per la maturità sono speciali, non s’inumidiscono più del dovuto e filtrano il doppio.

Poi, navigando in internet, scopro un articolo che illustra il protocollo predisposto per l’esame di stato da un istituto pugliese, con tanto di visiere protettive, sanificazione con ozono e braccialetti bluetooth con segnalatore acustico per i commissari, al fine di scongiurare l’eventuale infrazione del distanziamento di sicurezza. Ottimo, e la Puglia conta solo 4 nuovi contagi. Noi che ne abbiamo 402 ci affideremo ai detergenti neutri, come da protocollo ministeriale. Sperando che Dio ce la mandi buona.

Ne sono certo, se anche la maturità contribuisse a incrementare i contagi, nessuno dirà niente. O forse sì, ma sarà più forte la voce di chi affermerà che questo esame è stato un successo, come la didattica a distanza. Ecco perché ho scritto una lettera aperta alle redazioni dei giornali, per raccontare una verità alternativa. L’ho spedita il 17 Maggio, ma nessuno l’ha pubblicata.

Perciò la ripropongo qui: è una rielaborazione del post “Diamo prova di maturità”, pubblicato lo scorso 30 Aprile. Chissà che qualcuno ci rifletta un po'.

“Tra le molte priorità di questo tempo sospeso, l’esame di maturità occupa un posto marginale, per svariate ragioni. Eppure negli ultimi giorni se ne parla continuamente: esame sì, esame no, ma certo che sì, tema e orale, forse il tema no, e allora solo orale, se possibile in presenza.

È deciso, l’esame si farà, e la Ministra dell’Istruzione auspica lo si faccia a scuola, nel pieno rispetto della sicurezza. Una prova orale, che coinvolgerà cinquecentomila studenti, a partire dal 17 Giugno.

È bizzarro, la data indicata dal Ministero anticipa di undici giorni quella prevista per il contagio zero nella regione Lombardia. Un dato, quello del contagio zero, che varia significativamente da regione a regione, con una forbice di oltre due mesi tra la prima e l’ultima, rispettivamente Basilicata e Lombardia.

Se si ragionasse sui numeri, sarebbe logico ipotizzare un esame sostenuto in periodi differenti, che tengano conto della criticità epidemica di ciascuna regione, per garantire pari condizioni di sicurezza ad ogni candidato. Eppure, allo stato di fatto, l’esame di maturità prevede la medesima data d’inizio per l’intera nazione.

La domanda nasce spontanea: in base a quale criterio si è stabilito che i maturandi di Bergamo possano e debbano sostenere l’esame nello stesso giorno dei maturandi di Potenza? Difficile a dirsi, forse gli studenti lombardi hanno più anticorpi dei coetanei lucani, forse la loro salute conta meno. Oppure nessuna delle due, si è solo fissata una data, nella speranza che le cose migliorino. E che nel frattempo qualcuno estragga il coniglio dal cilindro. Ma la salute non è un gioco di prestigio, con buona pace di chi continua a sostenere la necessità dell’esame in presenza.

Nessuno è responsabile di questa pandemia, e nessuno accuserà la scuola di non aver saputo garantire il regolare svolgimento dell’esame di stato, a patto che la scuola non decida di esporre studenti e personale a un rischio gratuito, di cui dovrebbe rispondere. 

È facile affermare che verranno rispettate le necessarie condizioni di sicurezza, meno operare in tal senso. Per garantire un rientro sicuro bisognerebbe sottoporre candidati, commissari e personale ATA a test sierologici e tamponi, ipotesi palesemente inattuabile. E occorrerebbe attrezzare ciascun istituto con aree di attesa debitamente distanziate e percorsi obbligati, prevedendo procedure di accesso e utilizzo dei locali e dei servizi igienici, nonché la sanificazione di LIM e computer ad ogni turnazione dei candidati. E misurare la temperatura corporea prima di accedere alla struttura (ipotesi che la bozza del documento tecnico sembrerebbe escludere, a favore di un’opinabile dichiarazione personale), obbligando docenti, studenti e personale all’uso di guanti e mascherina, da sostituire ogni giorno. Ovviamente bisognerebbe anche capire chi deve farsi carico della fornitura e distribuzione dei dispositivi di protezione: Stato? Ministero? Protezione Civile? Ci ha pensato la Ministra a chiarire il dubbio: i commissari utilizzeranno mascherine chirurgiche fornite dal dirigente scolastico, studenti e accompagnatori provvederanno autonomamente. E per i guanti?

L’esame andrebbe poi sostenuto in un’aula sufficientemente ampia, per garantire le distanze obbligatorie: i commissari sparsi qua e là, il candidato a debita distanza, senza mascherina solo se posizionato ad almeno due metri dal commissario più prossimo. Niente strette di mano e nessuna possibilità di contatto, tranne quello visivo. Occhi negli occhi, la sola parte visibile del volto. Sperando fili tutto liscio: se uno studente o un commissario si sentissero male, come intervenire per non violare il protocollo? Ammesso esista un protocollo che contempli così tante variabili.

Sono troppi gli interrogativi a cui il Ministero non potrebbe dare risposta, molto meglio l’esame a distanza. Sarebbe illogico mettere a rischio la salute di studenti, docenti e rispettive famiglie solo per salvaguardare la forma di un esame già compromesso: dobbiamo prenderne atto, la maturità 2020 non sarà uguale a quella degli anni precedenti, né possiamo caricarla di significati che non le appartengono.

La maturità non è un rito iniziatico, né può diventarlo ora, al tempo del coronavirus. Non è nemmeno un’occasione di confronto, dato che spesso l’esame di stato si riduce a semplice valutazione di una prestazione, non sempre indicativa delle reali capacità del candidato: anche i campioni sbagliano i rigori, ma quando accade alla maturità si rischia di vanificare il percorso dell’intero triennio. Una partita secca, senza ritorno.

Quindi no, l’esame di stato non è il passepartout per la maggiore età. È semplicemente un esame, e gli studenti non ne avrebbero sentito la mancanza, né sarebbero scesi in piazza per rivendicarne lo stress, quello del Covid-19 già basta e avanza.

Sembra però che il parere di studenti e insegnanti conti poco, la battaglia ideologica in atto risponde ad altre logiche: un calcio alla prudenza e via, l’esame di maturità come simbolo dell’Italia che riparte. Uno slogan, per ribadire che la scuola c’è, anche al tempo del coronavirus. Uno slogan per minimizzare i problemi veri, non ultimo quello della didattica a distanza. Problemi che questa maturità contribuirà ad acuire, evidenziando antiche contraddizioni: chi ci lavora lo sa, a pochi giorni dall’esame potrebbero fioccare i certificati di malattia, e non è da escludere la possibilità che qualche docente, rientrato nella propria regione d’origine, decida di non tornare in una provincia a elevato rischio contagio. Dopotutto la salute è un diritto inviolabile, sancito dalla Costituzione. E allora bisognerebbe ricorrere ai supplenti, alla faccia della commissione interna, che di questo esame dovrebbe essere garante e spina dorsale.

No grazie, a queste condizioni meglio una commissione legittima, riunita in videoconferenza. Che ovviamente comporterà altre difficoltà, perché la copertura di rete non è omogenea in tutto il territorio nazionale, e il Wi-Fi gratuito rimane pura utopia, così come l’effettiva disponibilità dei dispositivi tecnologici.

Difficoltà che, sommate alle ragioni ideologiche, potrebbero spiegare la ferma volontà della Ministra di far svolgere l’esame in presenza. Se però così fosse, equivarrebbe ad ammettere il fallimento degli ultimi tre mesi di didattica a distanza, che della tecnologia si è fatta vanto. Un evidente cortocircuito, tale da sollevare dubbi sulla legittimità dell’anno scolastico in corso, esame di stato compreso. Con il rischio che i tribunali amministrativi vengano travolti dai ricorsi.

L’abolizione della maturità 2020 sarebbe stata la scelta migliore, ma ormai è deciso, l’esame si farà. Quantomeno cerchiamo di farlo in totale sicurezza, davanti a un monitor: se non altro risparmieremmo milioni di euro, e si darebbe l’opportunità a docenti e studenti di guardarsi in faccia, e scambiarsi un sorriso. Che per quanto digitale, è comunque meglio dell’asettica inespressività delle mascherine chirurgiche. Sempre che tornino ad essere disponibili.”

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